Il lavoro dei giovani in Italia dal 2004 al 2017

Nel febbraio 2004 il tasso di disoccupazione nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni era pari al 22,6%. Nel febbraio 2017 è pari al 35,2%, dopo aver toccato la punta massima (e molto preoccupante) del 43,9% nel marzo 2014 (fonte: Istat).

Ormai da 13 anni il tasso di disoccupazione giovanile in Italia supera stabilmente per oltre un fattore 3 il tasso di disoccupazione totale: il valore oscilla all’interno di una fascia numerica compresa tra 3 e 3,5 volte il tasso di disoccupazione complessivo. Se un approccio finanziario alle questioni economiche nazionali si focalizza soprattutto su quanto debito pubblico grava sulla testa delle giovani generazioni, un approccio più sociale mette in evidenza quanto sia ormai un’emergenza soprattutto la mancanza di lavoro nelle fasce più giovani del Paese. Anche perché con questi tassi di disoccupazione si ritarda l’avvio di una contribuzione minimamente stabile verso la previdenza sociale, gettando così una lunga ombra su quanto sia possibile per questa generazione acquisire nel tempo una posizione decente e decorosa in termini pensionistici.

In 13 anni l’Italia è stata governata da un’ampia varietà di formule politiche. Si sono succedute coalizioni governative di centro-destra (per 69 mesi complessivi), di centro-sinistra (per 60 mesi totali), e compagini governative di tecnici e di larghe intese (per 27 mesi). Nella gran parte dei casi l’azione governativa si è concentrata sulla riforma del mercato del lavoro. Il problema però è la creazione del lavoro, non solo il suo mercato.

Il tasso di disoccupazione viene comunque calcolato a partire dalla forza lavoro, costituita da coloro i quali hanno già un lavoro con l’aggiunta di coloro che lo stanno cercando (e che evidentemente non lo stanno trovando). Ancor più preoccupante risulta la situazione italiana se analizziamo le serie storiche dei dati sull’inattività nella fascia giovanile tra 15 e i 24 anni.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

Febbraio 2004
Febbraio 2017

Tasso di inattività giovanile

Febbraio 2004
Febbraio 2017

“Inattivi” sono definiti quei soggetti che non stanno cercando un lavoro. Tra gli “inattivi” rientrano ad esempio gli studenti (che evidentemente non lavorano) e i pensionati (il lavoro non lo cercano più). Ma quando si va a calcolare il tasso di inattività nella fascia giovanile, gli “inattivi” risultano coloro i quali o studiano, o non lavorano, o non stanno cercando nessun lavoro.

Ebbene in Italia il tasso di inattività giovanile nel febbraio 2004 era del 63,9%, e nel febbraio 2017 è risultato pari al 74,7% (fonte: Istat). Il tasso di inattività giovanile è stabilmente superiore al 70% dall’ottobre 2008. Tutti a studiare? Purtroppo no.

Se affianchiamo a questi dati quelli relativi ai cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training), ovvero i giovani che non lavorano, non cercano un lavoro, né studiano, né si addestrano a lavorare, si può vedere come sull’inattività giovanile italiana pesa molto più che in altri Paesi d’Europa la quota di coloro che il lavoro non lo cercano nemmeno più.

Con questi numeri verrebbe da chiedersi come sia possibile che non si scatenino fenomeni acuti di contestazione sociale. Pur nella complessità di una interpretazione adeguata di fenomeni articolati come questi, verrebbe anche da pensare che ormai esiste una economia sommersa ed un lavoro “nero” che non rientra nelle statistiche ufficiale, di dimensioni tali da generare il perverso effetto di “calmierare” una situazione altrimenti devastante. Effetto perverso perché non fa altro che aggravare il quadro complessivo, come una zavorra oscura che tira sempre più a fondo i conti pubblici, il peso fiscale, la contribuzione previdenziale, la spesa per i servizi essenziali.

Tutto ciò pesa sulla testa di tutti, ma soprattutto delle fasce più giovani che, pur essendo virilmente forti, sono oggi tra quelle più socialmente deboli.

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