Imprese, fondazioni, e il disagio sociale e lavorativo

«Credo che solo le aziende in cui “la gente sta bene” potranno vivere a lungo, perché solo esse sapranno sperimentare autentica innovazione di prodotto e di processo, coinvolgendo tutti coloro che in esse operano».  Così scrive l’imprenditrice triestina Marina Salamon nel febbraio 2017 su Il Sole 24 Ore. La sua è una testimonianza di vita dedicata all’impresa, con i sogni giovanili su «un mondo ideale in cui le aziende fossero un luogo di costruzione di progetti, di condivisione, di incontri umani, di crescita umana e professionale delle persone, di realizzazione individuale e comunitaria», e con la realistica consapevolezza della situazione contemporanea in cui «percepisco intorno a noi timore e scetticismo crescente».

Il disagio lavorativo e sociale non è certo una novità nel nostro Paese. E’ parte integrante di quella riduzione della speranza sociale che da anni si è infiltrata nel tessuto civile, e che differenzia profondamente la nostra società da quella del “miracolo economico” o da quella degli anni Ottanta.

Nello stesso contratto nazionale dei metalmeccanici, attualmente vigente, sono previste misure finanziarie a sostegno del cosiddetto “welfare aziendale”, ovvero quell’insieme di attività e di opportunità fornite ai dipendenti delle aziende metalmeccaniche per migliorare la vita dei lavoratori e/o delle loro famiglie. Queste misure evidentemente prendono atto di una concezione integrale, comunitaria, del lavoro e dell’azienda. Se l’obiettivo fosse solo una delle tante (recenti) mance elargite a pioggia direttamente alle singole persone, sarebbe inutile e fuorviante chiamare tutto ciò “welfare”. L’obiettivo serio di tali misure è l’aumento della motivazione dei dipendenti ed il loro coinvolgimento in azienda.

Clima di fiducia dei consumatori italiani (settembre 2017, base 2010=100, fonte Istat)-

Clima economico
Clima personale

Marina Salamon, nel succitato intervento su Il Sole 24 Ore, ricorda i punti fondamentali che a suo avviso sono necessari affinché “la gente stia bene” nelle proprie aziende. Questi consistono nel porre l’etica al centro della vita aziendale, e nell’esigere una coerenza morale «dei capi, manager e/o azionisti», in termini di capacità di ascolto e di comunicazione con i propri dipendenti, di rifuto dell’arroganza nei rapporti inter-personali, di stile di vita improntato alla sobrietà. E infine, nella capacità di fare squadra sulla base dell’autorevolezza dei responsabili, piuttosto che sull’esercizio del potere aziendale.

Impostato così il problema, si ritorna inevitabilmente all’esempio di Adriano Olivetti e della sua concezione di “comunità” aziendale.

Conclude Marina Salamon: «Non credo che il pensiero di Adriano Olivetti sia superato. Gli imprenditori che scelgono di trasferire gran parte del proprio patrimonio ad una fondazione no profit (Gates, Buffett, Zuckerberg) attuano il desiderio di dar vita, anche se in modi diversi, ad un’impresa di responsabilità sociale».

Le fondazioni nate per iniziativa delle imprese diventano dunque sia uno strumento motivazionale per l’interno dell’impresa fondante, che uno strumento di responsabilità sociale verso la comunità civile e nazionale di riferimento. Un recente esempio è costituito dalla Fondazione Maccaferri, nata per iniziativa di un importante gruppo bolognese di proprietà della famiglia Maccaferri, la cui attenzione «è rivolta soprattutto ai bambini e ai ragazzi, e in via prioritaria negli ambiti della formazione, ricerca scientifica, cultura e sport».

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